Stare male non è un male. (Lo è fuggire)

Io, per dire, son scappato fino in Sri Lanka.
Volevo andare a Kathmandu, per via della canzone di Rino Gaetano e dell’epica delle spedizioni sull’Everest. Ma c’erano i monsoni, ad agosto.

L’antico nome dello Sri Lanka è Serendib. La si conosce anche come Isola del Sorriso (e in effetti sorridono tutti, sempre).
Fuggendo laggiù cercavo quello che per definizione non si può cercare: serendipità.
Infatti ho trovato la stessa angoscia, appena appena attutita dall’avventura di essere solo a battere una terra lontana, sconosciuta. Queste genere di esperienze vengon assai compromesse quando si è schiacciati dal Regime Totalitario del Dolore: la polizia segreta del malessere ha infiltrati oltre ogni montagna e oceano.

Prima della Grande Fuga in Sri Lanka, sono fuggito quotidianamente e testardamente dal dolore (persino quando pensavo di affrontarlo).
Spesso ho scambiato queste fughe con moti di vitalità, altre volte erano veri e propri episodi ipomaniacali: così mi sono reinventato fotoreporter d’assalto nel bel mezzo dei tafferugli No Tav, ho corso per chilometri a piedi, ho frequentato la notte come un rifugio, ho cercato riparo nella forsennata caccia alle attenzioni femminili (per lo più con risultati al livello di Provaci ancora Sam).

Tutto per non affrontare la Questione.

Si era aperto un baratro, tutto intorno a me: mi rifiutavo di guardarlo, ma ne sentivo il soffio freddo e ne intuivo il buio, e correvo intorno al bordo come un pazzo senza sosta per evitarmi non solo di caderci dentro, ma persino di rischiare di scorgerlo. No: sapevo che c’era, ma era troppo spaventoso. Dovevo pensare solo a distrarmi.
Stare sempre in movimento. Non fermarsi mai. Come un latitante.

Il risultato? Alla fine non ho più avuto le forze, son caduto stremato a terra, e in un colpo solo, in un istante solo, mi è piombato tutto addosso. I manganelli dei Poliziotti del Regime. Il buio del baratro.

E volevo solo farla finita.

Sapete cosa avrei dovuto fare?
Dovevo costituirmi al Regime, e farmi processare.
Dovevo calarmi in quel baratro.
Con calma e cautela. E facendomi aiutare.

Ora: bisogna concedersi il lusso di stare male.
Concedendosi anche, a quel punto, tutte le possibili pause e distrazioni dalla sofferenza. Allora sì che hai il diritto e il dovere di svagarti: non puoi metterti in pausa o distrarti da qualcosa che non stai facendo. Mi spiego? Ecco: io invece pretendevo di farlo: un po’ come essere disoccupati e pensarsi in ferie.

Riconoscere la dignità al dolore, e sentire quello che ha da dire. Se hai da star male per quello che ti è successo, devi stare male. E basta.
Se non te lo concedi è – soprattutto – perché temi che non finisca mai.

Invece finirà solo se te lo concedi. Giuro. Infatti non puoi smettere di soffrire se non accetti prima di star soffrendo.

Dicono che sia solo questione di tempo.
E’ vero: infatti più rimandi, più durerà. Meno ti concederai, più il dolore si insinuerà dentro di te, diverrà parte di te. Del tuo nome.
Può sembrare assurdo, ma uno rischia persino di affezionarsi al dolore, trasformarlo in una ragione di vita. Questo perché non lo fa passare, ma ci si abitua. Lo tiene lì: e piano piano diventa una ragione di vita. Liberarsene significa non saper più di che vivere. Credetemi: è pieno di gente che sta bene solo se sta male. Letteralmente. Bene non ci sa più stare.

Tu, invece, lo fai passare.
Ti metti lì tranquillo, e apri le porte. Respiri. Lo fai passare. Mentre passa, tu ascolti il tuo respiro. Il dolore ti calpesterà, ti strazierà, ma ti dirà anche delle cose di te che proprio non sapevi – alcune non volevi saperle, altre invece sarai contento di saperle, tutte ti stupiranno – e soprattutto ti renderà chiaro che non sei così fragile come credi, non sei così impotente, non sei così sconfitto: sei invece abbastanza forte da stare nel dolore mentre c’è, e trarne perfino beneficio, alla fine.
Ti renderai conto, improvvisamente, che sei sopravvissuto: e sarà una gran bella sensazione.

E così acquisirà un senso, tutto quel patire. Un senso che d’ora in poi sarai in grado di dare ad ogni – inevitabile – sofferenza ventura.
So it goes, direbbe Vonnegut.

Io ero terrorizzato dall’idea che tutto crollasse.
Quando inevitabilmente le mie forze hanno ceduto, e tutto è crollato (oppure mi sono accorto che tutto era già crollato e io correvo per il mondo senza vedere che quella corsa era una deriva), allora ho potuto mettermi l’anima in pace.
Tutto era in pezzi.
Non dovevo più fare lo sforzo di tenere in piedi la baracca.
Però ero vivo: e più di così non potevo frammentarmi. Ora non avevo che da ricostruire. E avevo anche la possibilità di scegliere quali pezzi di me tenere, e quali metter da parte – per quanto possibile. Per molti aspetti ne sono uscito nuovo, persino ringiovanito. Ho scoperto, per dirne una, di essere creativo e capace a costruire con le mani. Rendere vive e reali le mie idee. Di trasformare frammenti e pezzi di cose rotte in giocattoli per mia figlia.

La costruzione di giocattoli con quello che avevo a disposizione in casa è stata riflesso di quello che stavo facendo dentro di me: ricostruire me stesso con quello che avevo a disposizione dentro me stesso. Devo ringraziare il mio vecchio compagno di studi Maurizio D’alessandro (e gli altri amici di Me.Dia.Re, che hanno voluto invitarmi a parlare della mia esperienza) per avermelo fatto notare, illuminandomi: non ci avevo mai pensato, prima di quella sera.

Non abbiate troppa paura di stare male: serve, e comunque non potete evitarlo. Non esitate a chiedere aiuto: non vorreste che vostro figlio lo facesse, se ne avesse bisogno? Allora date il buon esempio.
Abbiatene più paura se siete sempre troppo preoccupati di stare bene.

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