Io ho due papà! (Cosa rende padre?)

Cos’è che rende un uomo padre?
La proprietà indiscussa dello spermatozoo che ha fecondato quell’ovulo? L’amore per il figlio nato da quella fecondazione (e possibilmente per la madre, almeno all’epoca del concepimento)? L’assunzione della responsabilità nella cura, nel mantenimento, nell’educazione del figlio?

Tutto questo assieme, verrebbe da dire. E parrebbe pure ovvio.

O no.
Perché sì, sono risposte sensate: a patto che il punto di vista sia quello del padre. Ma per il figlio? Tutto questo è sufficiente a un figlio per vedere (e sentire) il padre nell’uomo che biologia,  legge, e consuetudine gli indicano come tale?

Non so. Io sono il padre biologico, amo mia figlia, me ne prendo cura anche quando non sta con me, ci gioco, ci litigo, la coccolo, è perennemente nei miei pensieri, contribuisco al mantenimento.
Ma se fosse così semplice, mia figlia non avrebbe affermato con tanta sicurezza di avere due papà.
Due papà. Proprio così.
Uno sono io (quello biologico, quello “vero”: almeno secondo me). L’altro è – appunto – l'”altro”, il convivente della madre.

“Io ho due papà”, dice mia figlia. Sorride. Lo dice candida, serena, sincera.
Il respiro si tronca nel gozzo, e la realtà si congela in quell’istante.
Io riesco a immobilizzare in viso un sorriso accogliente, col quale tento di mascherare il frantumarsi del mio cuore e il cadere dei frammenti nel cesso, seguiti dal’immagine di me come Padre che prima di tuffarsi tira responsabilmente l’acqua.
“Allora hai anche due mamme”, dico io. Alludo alla mia compagna (con cui mia figlia ha un ottimo rapporto), e cerco così salvezza nel condividere la mia situazione con la madre. Mi pare il minimo, che diamine.

“No”, ride lei. “La mamma è una sola”.

Ok. Non sono Il Papà. Sono solo uno dei due, e per fortuna non siamo tantissimi. Certo, indagando meglio  – con tutta la delicatezza che l’improvvisa ondata di disperazione mi permetteva – ho strappato la conclusione che il “primo” papà sono io (e che la mia compagna è “un po’ mamma”). Ma pareva un contentino ridicolo. E ho lasciato cadere la questione, per non turbare mia figlia (un giorno capirà… mi son detto, solenne).
E tutto è rimasto lì, a rimuginare. Frustrazione, gelosia, dubbi.

E la domanda. Inevitabile.

La domanda: agli occhi di mia figlia, cosa dovrebbe rendere me più “padre” dell’uomo con cui – di fatto – trascorre più tempo  (e che, tengo a precisare, è persona buona e affettuosa, per quel che ho potuto constatare)?
Non posso certo chiederlo a lei. Sarei ridicolo (anche se – giuro – sono stato tentato). Mia figlia, alla soglia dei cinque anni, credo sia troppo piccina per rispondermi, per operare una distinzione tra due adulti che conosce più o meno da quando ha memoria, uno dei quali è presentato come “suo padre”, mentre l’altro convive con la madre. Per lei non è una distinzione: è un vissuto. Ossia è realtà.

La distinzione la faccio io. Perché il padre dovrei essere IO.

Lo scorso settembre, al compleanno di mia figlia, eravamo tutti presenti, madri e padri in prima e in seconda, a superare imbarazzi per la felicità della bimba.
Ho assistito ad una scena che sulle prime mi ha riempito di felicità, e poi – dopo un po’ – di tristezza.

Il “padre in seconda” (cioè l’altro, e sempre dal mio ottimistico punto di vista) è arrivato alla festa dopo un po’. Quando è andato a salutare mia figlia, lei gli è sfuggito: non voleva dargli un bacino. Io ero in disparte a far foto, quindi non è stata la mia presenza a trattenerla. L’ha fatto per qualche altro motivo (forse semplicemente la distrazione della festa, o perché ha percepito, come ho percepito anche io, che la madre era un poco arrabbiata col suo compagno). Lui ne era dispiaciuto. Io no. Io ho goduto. Sono io il padre, ho pensato, beccati questa, impostore!

Poi, ripensandoci a mente fredda, è dispiaciuto anche a me. Per lui, intendo. Il padre in seconda. Giuro: mi è dispiaciuto. Si percepiva l’affetto che provava nei confronti di mia figlia. Ed è bello sapere che qualcun’altro, oltre te, vuol bene a tua figlia: soprattutto se ci vive assieme. Chiunque desidera che i propri figli vivano circondati d’amore e di protezione.

Evidentemente è meno bello scoprire che tua figlia contraccambia quell’affetto fino al punto di pensare di avere due padri.
Questo, però, sempre e solo dal punto di vista di un padre (cioè dal mio): da quello di mia figlia non è affatto brutto, avere due papà. Perché dovrebbe esserlo? Due persone care, su cui poter contare, piuttosto che una sola. Magari con caratteristiche differenti. Complementari.
Ecco.
Lei non mette in competizione i due padri. Sono due padri differenti. Sono io (e la legge, e la biologia) a creare la distinzione. E’ normale: sono geloso. E’ solo ai miei occhi che uno esclude l’altro. Ai suoi no: perché dovrebbe essere così stupida da farlo? (Ah, comunque “papi” sono solo io).

Cosa potrà mai rendere me Il padre, allora, agli occhi di mia figlia?

Forse nulla. Almeno per ora. Poi si potrà parlare, sempre più alla pari, e la razionalità avrà il sopravvento: il mondo magico dei due papà verrà sostituito da quello reale del padre e del compagno della madre.
Quasi un peccato.

Comunque, a quanto pare è un problema che riguarda solo me. Sono forse solo io ad aver bisogno di questa conferma, di questa investitura?
E perché? Io so di essere il padre.

Si dice che ad essere importanti sono le domande, non le risposte.
Vero.
La risposta alla mia domanda sta nel fatto che io me la ponga. Che mi chieda cosa sono. Lo faccio proprio perché sono io il padre. L’altro non ha bisogno di porsela: sa che comunque il padre sono io.

Già. Sono Il padre anche se per mia figlia sono “solo” uno dei due papà.
Sono il padre anche nel caso in cui mia figlia prenda ad odiarmi e non voglia più vedermi.
Lo sono comunque, ovunque, sempre.
Lo so io, e deve bastare.

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