Di dei, bambini e soprattutto poveri cristi

Solo un bambino.
Non so voi – voi che avete figli -, ma io è così che mi sono visto, quando è nata mia figlia e l’ho tenuta per la prima volta in braccio, con quel nasino così dritto e quella manina grinzosa che spuntava dalla coperta termica.

Santodio: ma ero davvero in grado di proteggere quella minuscola creatura, io che a malapena ero capace di badare a me stesso? E cosa potevo garantirle, a parte l’amore incondizionato? Cosa diamine potevo insegnarle? Dove potevo guidarla, che manco sapevo dove andavo io?

Quattro anni e mezzo dopo sono fondamentalmente allo stesso punto.
Con la differenza che mi sono abituato ad aver a che fare con qualcuno che pur sembrando molto più piccolo di me in realtà è tanto grande da far spavento.
E che mi vede come qualcosa di simile a un dio. Il che è un equivoco imbarazzante: è di un povero Cristo qualunque che stiamo parlando.
Un equivoco in cui, evidentemente, sono caduto anche io. E ho dovuto dare la vita – cioè diventare un dio, in qualche modo – per rendermene conto.

Quando mi hanno avuto, i miei “dei” erano solo dei bambini.
Umanamente distanti dalla saggezza divina, i miei genitori – come me, come tutti –  non erano che dilettanti i quali, oltre che barcamenarsi con le grane quotidiane, avevano da crescere un bambino. Normale che abbiano preso qualche cantonata nei miei riguardi, anche grossa, persino dolorosa. Anche i genitori dei miei genitori erano bambini, e hanno fatto del bene ai propri figli proprio come hanno fatto del male. E così così i genitori dei genitori dei miei genitori (e loro nemmeno si ponevano la questione chiamata “genitorialità”: è un lusso postmoderno).

Mi sento un bambino, con mia figlia in braccio. Alle volte sono troppo stanco e distratto dalle grane quotidiane per occuparmi come dovrei di lei. Penso che così si sono sentiti anche i miei genitori, e allora mi sento anche un po’ stupido e ingrato, per il modo in cui ho condannato senza appello le loro mancanze e ho chiamato torti quegli errori che chiunque, al loro posto, avrebbe potuto commettere. In totale buona fede. Cercando di far quadrare le ventiquattro ore e i trenta giorni al mese. E scontrandosi con i propri limiti.

Ora mi capita di osservare i miei genitori con una nuova tenerezza. Continuo a biasimarne alcuni loro aspetti – è dovuto -, continuo a ritenermi diverso – non migliore -: ma è una dialettica, non una sfida. La guerra è finita. La pace sta nella comprensione, nell’accettazione. Nel riconoscersi simili: ora ci si confronta.

Nessun figlio purtroppo ha i genitori che vorrebbe (e nessun genitore ha il figlio che sognava). Bisogna adattarsi. Rendersi conto che siamo tutti (genitori e figli) poveri cristi alle prese con qualcosa di molto grosso, cioè la vita. E far tesoro degli errori subiti e vissuti. Così da non commettere proprio quelli, e concentrarsi a inventarsene di nuovi e fiammanti con cui convincere i nostri figli di avergli rovinato la vita.
Tanto un giorno capiranno.
Forse.

 

 

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