Uno con le palle

Quando lavoravo al dormitorio pubblico, che è l’ultimo gradino prima del livello del suolo, una sera ho ospitato un padre separato.
Spiccava tra la popolazione abituale di immigrati, tossicodipendenti, pazzoidi e senza tetto vari non tanto per l’abbigliamento o i modi cortesi e dignitosi (capita di incontrare tossici, alcolisti, pazzoidi e soprattutto immigrati in giacca e cravatta; e chi pensa che in strada non si annidino cortesia e dignità si sbaglia: rari, ma esistono); piuttosto, emergeva la sua estraneità al contesto in cui si trovava precipitato come da una maledizione divina: nessun baratro aperto dalla tossicodipendenza, dal crimine, da disagio psichico, economico o sociale. Aveva fatto infuriare gli dei, ed era stato punito. Mi diede quest’idea, almeno: e nessuna delle moltissime persone che ho conosciuto lavorando nel sociale me l’ha mai trasmessa.

Si rifugiò in ufficio, e chiacchierammo. Aveva voglia di parlare.
Si era separato da sei mesi, per questo aveva perso casa; orfano, per un poco aveva dormito da amici, poi in macchina: il suo stipendio (il lavoro, almeno, ancora l’aveva), al netto dell’assegno di mantenimento, non gli permetteva di pagare un affitto, se non quello di un residence nei fine settimana in cui vedeva suo figlio, e nel quale il figlio pensava lui abitasse. Il freddo gli rendeva ormai impossibile dormire in auto; aveva pagato una pensione per un mese, ma era troppo. Ed eccolo lì. Impaurito e disorientato dopo il naufragio in una terra selvaggia popolata da gente stramba che faceva discorsi senza senso, puzzava di alcol, urlava, continuava a chiedergli sigarette – e lui aveva smesso di fumare.

Era il 2004. Io ero assai lontano anche solo dall’idea di metter su famiglia.
Ho archiviato la vicenda come un’interessante variazione sul tema. Rimase da noi una settimana, probabilmente una delle peggiori della sua vita. Mai più visto, e mai più preso in considerazione il suo ricordo. Fino al 2011. Quando anche io ho attraversato la meravigliosa esperienza della separazione, ho sbattuto il culo per terra e mi sono confrontato con vicende simili alla sua, oggi che i padri separati ingrossano parecchio le fila dei nuovi poveri. Per non parlare di quella dei depressi.

Quel tizio al dormitorio, nuovo povero nel 2004, è stato una specie di “paziente zero”. Un antesignano.
Nel 2004 mi aveva fatto una gran pena. Solo questo.
Nel 2011 invece la mia percezione è cambiata. Radicalmente.

Aveva detto una frase, una frase che allora avevo a malapena registrato, una frase che mi era parsa fatta, ovvia, persino eccessiva.
Aveva detto (più o meno) così: “Non posso dare niente a mio figlio, ora. Ma faccio tutto, TUTTO, per lui. Solo per lui riesco ancora ad andare avanti, voglio andare avanti. Per dargli qualcosa, tutto quello che riesco. Ma lui questo non lo deve sapere mai. Lui non lo deve sapere quanto faccio fatica, e nemmeno che lo faccio per lui, perché non voglio che si senta responsabile. Capisci?”.

Ecco, nel 2004 mi era parsa una cosa bella da dire, un pensiero profondo: ma quel tipo continuava a farmi pena, e basta. Non sono riuscito restituirgli la positività e la forza che invece – anni dopo, nel ricordo – ho sentito vibrare nelle sue parole, e mi sono limitato ad ascoltare, a compatire. Ma ero giovane e sapevo della vita molto meno del poco che credo di sapere oggi.

Ora, se lo rincontrassi, gli direi che suo figlio è fortunato.
Che ha un grande padre. Che il mondo è pieno di padri che riescono ad essere assenti persino mentre portano il figlio al parco giochi. Che è tanto più facile fare il papà con qualche quattrino in tasca, una casa, e con l’unico pensiero di cosa fare il sabato pomeriggio. Son buoni tutti, a fare i papà con una mamma accanto e non contro: è così facile che viene a noia, e allora passa di mente.
Gli direi che è anche perché nella vita ho incontrato gente come lui che ho stretto i denti: e io sono un privilegiato per risorse e per destino, e non so che fine avrei fatto nei suoi panni, non so se ce l’avrei fatta, forse mi sarei attaccato anche io al pensiero di mia figlia, ma non so se avrei avuto la forza di farmi vedere da lei sempre forte e sorridente – probabilmente nei momenti più duri ho mancato di farlo.
Che se fossi suo figlio, e un giorno, abbastanza grande da capire senza andare in confusione, venissi a sapere – come penso sarebbe giusto – quello che mio padre ha affrontato, senza farmelo mai pesare, ne sarei orgoglioso. Orgoglioso e grato, come pochi figli possono dire di essere.
Gli direi che è un eroe, di cui nessuno però parlerà mai in questi termini: perché la stampa, dei molti casi come il suo, sa raccontare solo la tristezza e l’ingiustizia patita, ma si dimentica di ricordare che da quella fatica nascono gli eroi, perché ci vogliono le palle, due palle grosse, ad affrontarla senza smettere di essere padri.

La morale è che la vita alle volte stravolge le cose al punto che uno che ti ha fatto pena diventa, anni dopo, un modello. Al cui confronto quello che fa pena rischi di essere proprio tu.

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